Nino Rota, “Il Padrino”: la realizzazione di un capolavoro

“Nino Rota non è un collezionista di sé stesso, è più un performer.
La padronanza di una musicalità immediata come un linguaggio, la ricerca di incontrare la bellezza attraverso la creazione strutturata con tutti gli elementi idonei al caso e la grande umiltà che portava il compositore sempre e solo verso la musica piuttosto che verso una pur comprensibile ma assente autocelebrazione, offrivano l’immagine di un autore che non viveva nella necessità ostinata di ricordare la propria identità nelle note.
Non si riscontra, nella sua produzione, una forzata ricerca di manifestare quella sorta di marchio di fabbrica che caratterizza assai il mondo della musica attuale.
Nino Rota sapeva essere riconoscibile grazie a quel variopinto stile innato, che scaturiva dal suo genio e dalle sue mani senza alcun calcolo: solo emozione. 

Attraverso la performance pianistica il compositore metteva in atto la traduzione di un effetto musicale in piena linea con le indicazioni registiche, come accadeva sovente con Fellini.
Le improvvisazioni di Rota erano quindi trascrizioni immediate in bella copia degli appunti che coglieva dalla narrazione da tradurre.
Non era mai schiavo di uno standard che lo rendesse platealmente riconoscibile, perché il suo desiderio era vivere il film sulle note del pianoforte. “

Manoscritto della musica inerente all’ultima scena di Micheal Corleone

Metodologia

La grande capacità di improvvisazione che caratterizzava il personaggio di Nino Rota e che scaturiva da quell’ intensa eredità personale tipica di chi, con le note, ha sempre saputo giocare, conferivano all’autore l’immediatezza di esprimere il proprio pensiero sui tasti, velocizzando in modo notevole la creazione di temi e di intense tessiture musicali, che attraverso citazioni di temi classici e popolari, ma anche melodie dello stesso autore, vivevano la propria atmosfera. 

A differenza dello standard attuale in cui l’elaborazione e l’adattamento della musica sul montaggio avvengono con l’ausilio di numerosissime agevolazioni tecniche, Nino Rota fu compositore di colonne sonore in piena epoca analogica. Oggi l’informatica musicale permette di visualizzare e trascinare una registrazione audio fino a farla combaciare con il punto del montaggio a cui deve essere concatenata.
E già dagli anni ‘80 la tecnologia basata sul Midi permette di effettuare automazioni e programmare non solo le stesse note musicali, ma l’intero panorama sonoro di timbriche, orchestrazioni, campionamenti ed effetti in funzione ad uno schema temporale necessario.
Una colonna sonora, a differenza di un sottofondo, è caratterizzata dalla presenza di uno o più temi a sé stanti, dotati di uno sviluppo e di una metrica in grado di raggiungere i cambi armonici in linea con le scene del film, mantenendo la linearità della musica.  Era necessario, quando si lavorava sul montaggio o su una parte di esso, annotare scrupolosamente il minutaggio e quindi non solo comporre un brano completo, ma aver cura di osservarne i tempi e i cambi armonici in grado di sottolineare le scene e i rispettivi accenti necessari. Per elevare una musica al rango di Colonna Sonora, a differenza di quanto accade in un sottofondo, il principale requisito è che la musica costituisca un brano concreto a sé stante, con uno sviluppo metrico creato in funzione da raggiungere i cambi armonici descrittivi nelle scene nel momento giusto, senza forzare l’andamento naturale della musica.  Il maestro Rota annotava il tempo delle scene da un determinato secondo alla conclusione della sequenza, e stabiliva all’interno di esso, laddove possibile, una metrica da seguire. Era possibile basarsi sulla semplice divisione dei battiti per secondo per stabilire la velocità metronomica, ma in presenza di un tema che necessitava di uno sviluppo preciso, magari nato durante l’improvvisazione, l’elaborazione musicale doveva adattarne lo svolgimento senza alterarne l’effetto. 

Nel 1972, quando il regista Francis Ford Coppola si impegnò nella realizzazione della trasposizione cinematografica dell’opera di Mario Puzo, “Il Padrino”, si cercò per la parte musicale un artista italiano di comprovato talento, già autore di colonne sonore cinematografiche internazionali e stretto collaboratore di Federico Fellini: Nino Rota.

Giovanni Rota Rinaldi nacque a Milano nel 1911 da una famiglia fortemente legata alla musica. Nipote del grande pianista Giovanni Rinaldi, viene avvicinato allo studio del pianoforte in tenera età dalla madre Ernesta, anch’essa eccellente pianista.

Affascinato dalla composizione, scrisse a 11 anni “ L’infanzia di San Giovanni Battista” e le sue rappresentazioni a Milano e in Francia ebbero notevole successo. Il pubblico ne intuì il potenziale ed anche i maestri presenti alle rappresentazioni seppero chiudere un occhio sulle ingenuità riscontrate nella scrittura di un giovane compositore, perché a fronte di connotati e un tipo di scrittura frammentaria e poco operistica, per gusto, intuizioni e stile risultò un giovane artista davvero promettente. 

Durante gli anni di studio ebbe occasione di essere ascoltato e sostenuto da alcuni tra i più illustri musicisti italiani: la sua casa era frequentata da grandi nomi della musica, tra cui Arturo Toscanini, che intese le capacità del giovane Nino e lo spinse a studiare musica a Philadelphia, dove fece tesoro nella sua cultura dei linguaggi di Gershwin, Cole Porter, Copeland e Irving Berlin. 

Nino Rota scrisse opere, melodrammi, musica per balletti e brani popolari per artisti come la grande Rita Pavone. Continuò per tutta la vita un’intensa attività musicale in questi settori parallelamente al lavoro nel cinema. 

Scrisse la sua prima colonna sonora dal titolo “Treno Popolare“ nel 1933, ma fu negli anni 40 che iniziò la sua vera carriera cinematografica, con “Zazà” di Castellani.

Non fu semplice riuscire ad affermare la nobiltà del genere musicale cinematografico, settore che viveva nella diffidenza e nel poco rispetto dei colleghi compositori di Rota, che con una benigna civetteria lo criticavano per l’indirizzo “meno nobile della musica classica” che aveva intrapreso.

Fu un male comune per altri compositori dell’epoca di Rota, tra cui anche Ennio Morricone, il quale dovette lavorare duramente per riuscire ad imporre ed elevare la propria musica da film al rango di genere serio, erudito e forma d’arte meritevole di rispetto.

Tuttavia, il maestro Rota ebbe la fortuna meritata di essere sempre ascoltato ed indirizzato dalla lungimirante preparazione di molti grandi maestri che riconobbero il suo talento sin da quando era in erba e, anziché imprigionarlo in un percorso di studio austero e prettamente legato ad una sorta di sottomissione culturale, ne esaltarono e guidarono sempre la libertà espressiva e la fantasia, permettendo al genio di Nino Rota di fiorire.

Capace di dialogare letteralmente con la musica con la stessa familiarità con la quale un bambino vive il suo gioco preferito, il maestro Rota aveva sviluppato una straordinaria capacità improvvisativa in grado di far affiorare, nel tempo di un’improvvisazione, elementi di armonia classica concatenati con il folk e la musica popolare, con l’abilità di saper esplorare anche gli orizzonti della dodecafonia e dell’atonalità, come colori  che nella sua mente trasformava la musica non solo in un equilibrio di suoni, ma proprio in un’immagine in movimento.

Era dotato di questo potere visivo della musica e dell’abilità di saperne delineare i tratti dai tasti del pianoforte fino ad ogni voce d’orchestra. 

Affascinato da tutto ciò che pareva vivere distaccato da una dimensione tangibile, proprio come la musica stessa, nel suo caso sempre così intensa e vitale, il maestro fu ampiamente affascinato dal mistero ed ebbe una passione per l’occultismo, una dimensione in linea con l’effetto magico e le atmosfere estranianti della sua musica. 

Figura di eccezionale e fondamentale rilievo per la sua musica nel cinema di Fellini, Rota collaborò con importanti registi come De Filippo, Visconti e Zeffirelli. 

Con Il Padrino, Nino Rota dà vita ad una dimensione creativa e comunicativa senza precedenti nella storia della musica da film.

La concezione della musica da film di Hollywood a quel tempo si basava prevalentemente sulla creazione di temi principali ricorrenti, orientati verso l’impatto scenico, in grado di restituire una sensazione appagante al pubblico, già affezionato ad un effetto scenico forte ed esaustivo. 

La musica di Nino Rota invece viveva in una dimensione personale di grande delicatezza, capace di trasmettere ulteriormente il contenuto emotivo ma con espedienti di notevole fantasia ed eleganza stilistica.

L’armonia classica, probabilmente più di qualunque altro tipo di musica, costituisce un linguaggio completo in grado di saper rappresentare il sentimento e le emozioni in modo dettagliato ed intelleggibile, con effetto chiaro ed immediato sulla sensibilità dell’ascoltatore. 

È facilmente comprensibile intendere lo stato d’animo che il compositore vuole esprimere semplicemente ascoltando le evoluzioni dell’armonia, ad esempio dal semplice passaggio di un accordo maggiore ad una più oscura atmosfera minore. 

Il carattere timbrico di ogni accordo ricavabile dalla scala naturale necessita di studio per essere definito, ma di sensibilità per essere compreso.

Così, grazie a questa consapevolezza e all’influenza del suo maestro Casella, grande punto di riferimento per Nino Rota e difensore della musica tonale al punto di volerne rivendicare la preminenza rispetto alle rivoluzioni impressioniste e sperimentali del primo novecento parigino che sembravano deviare inesorabilmente il corso della composizione, la colonna sonora de il Padrino venne sviluppata interamente in piena sintassi tonale.

Nino Rota, attraverso le note, sceglie di lavorare sull’emozione. 

Ed è proprio di carattere fortemente emotivo il primo tema sviluppato per il film, il Love Theme. 

Questo tema fu composto da Rota tempo prima per la colonna sonora del film “Fortunella“ di De Filippo. 

Il riadattamento di questo brano, in un tempo molto più lento ed intenso, corredato di una vivida ricerca timbrica, risultò un perfetto manifesto del carattere melanconico e drammatico dell’opera e venne assegnato alle scene che vedono Michael Corleone rifugiato nella sua terra di origine, la Sicilia. 

Come l’emozione di chi incontra una persona amata dopo tanto tempo, Micheal incontra la sua terra.

Questo brano ebbe un impatto struggente sul pubblico e la sua contestualizzazione nella pellicola risultò magistrale: un volo di violini a cantare il tema, su un’armonizzazione orchestrale scandita nel tempo dalle corde di un’arpa e dal passo solenne degli accenti dei contrabbassi, dall’ effetto così intenso da risultare più che contemplativo, addirittura disarmante, capace di avvolgere completamente lo spettatore nella bellezza e nel romanticismo della scena.

La metodologia di lavoro del compositore Nino Rota prevedeva la realizzazione di temi musicali completi, creati dall’ispirazione scaturita dalla lettura della sinossi del film, in una fase precedente al montaggio. 

Seguiva poi la realizzazione di musiche di commento, che venivano realizzate sulla pellicola già montata e costituivano parte integrante della colonna sonora. 

Dopo la realizzazione del primo tema, Coppola, non potendo contare sulla presenza di Rota in America a causa della paura che il maestro aveva nei confronti del viaggio in aereo, dovette raggiungerlo personalmente in Italia con la pellicola già montata, per far completare la colonna sonora. 

L’incontro fu piuttosto strano: quando Coppola giunse a casa di Rota, gli aprì un uomo in vestaglia. Quando il regista chiese se fosse presente il grande compositore, rimase interdetto nel capire che quell’uomo semplice e informale era proprio la persona che stava cercando. 

Nino Rota scelse di indicare, attraverso la musica, i tre principali nuclei della narrazione del film: la figura di Don Vito Corleone a cui venne associato il brano “Godfather Waltz“, la Sicilia e l’italianità dei personaggi attraverso il “Love theme” e Michael Corleone, con il brano “the new Godfather“. 

Tali brani costituiscono le linee guida con le quali il maestro indica i momenti narrativi in una stretta relazione con i personaggi e le loro azioni. 

La grande capacità improvvisativa del maestro gli permise, partendo dalle note di questi temi, di vestirli e rivestirli utilizzando sonorità e arrangiamenti diversi, e collegando ad essi uno sviluppo armonico estremamente variegato e perfettamente in linea con le scene. 

Così, la melodia iniziale di Godfather Waltz eseguita alla tromba solista, viene riproposta dal suono caldo e avvolgente di un violoncello nelle scene in cui si vuole rappresentare il carattere melanconico ma anche la grande ed intima umanità di Don Vito, 

utilizzando il suono stesso dello strumento come primo linguaggio evocativo per lo spettatore, in una percezione emotiva immediata che diventa narrativa durante lo sviluppo del tema. 

Ascoltando la musica nell’intero svolgimento del film è facile intendere a quale protagonista sia riferita e quale sia lo stato d’animo che ogni determinata scena vuole far trasparire. 

Nino Rota riesce ad utilizzare ogni elemento musicale come il mattoncino di una costruzione, e ne da ottima prova durante la scena dell’attentato al produttore di Hollywood, quando la sovrapposizione delle linee melodiche di Godfather Waltz con diversi suoni e diverse tonalità crea gradualmente un risultato sempre più stratificato, sempre più dissonante, fino ad un climax dall’effetto grottesco ed agghiacciante. 

Anche il Love Theme, nella sua evoluzione offre varianti timbriche in piena linea con il sentimento narrativo, quando i violini che intonano il tema iniziale lasciano posto ad un mandolino accompagnato dall’orchestra, che con il suo suono pizzicato evoca la musica folkloristica italiana in una chiave di lettura Fortemente sentimentale e melanconica, offrendo una chiave di lettura allo spettatore in grado di rappresentare un momento di tranquillità nella vita di Michael Corleone nella sua terra natia, ma immerso in uno sfondo che non abbandona il senso di dramma che incombe su tutto il tempo della narrazione. 

Il tema di Michael, the New Godfather è quello che offre un senso di evoluzione scenica più forte. 

La sua rappresentazione, dalla scena dell’ospedale sino all’omicidio dei boss rivali, manifesta la sua gradualità narrativa attraverso le diverse scelte timbriche, che dal suono tenue dell’oboe diventa solenne ed aspra con la voce tagliente delle trombe, che indicano allo spettatore l’inesorabile approdo di Michael nel ruolo attivo di capomafia. 

La colonna sonora de Il Padrino, dal titolo “The Grandfather Soundtrack” firmata probabilmente più per necessità e accordi interni alla produzione che per meriti da Nino Rota con Carmine Coppola, padre del regista e flautista dilettante, fu distribuita su disco 33 giri dalla Paramount Records e successivamente su Cd e in formato digitale da parte della Geffen Records. 

33 giri dalla Paramount Records e successivamente distribuita su Cd e in digitale da parte della Geffen Records. 

In questi album è possibile ascoltare i brani nella loro stesura completa, ma è altrettanto possibile cogliere alcune differenze strutturali tra le realizzazioni discografiche e quelle presenti nel film.

Ci sono parti musicali all’interno della pellicola che non compaiono nell’album, e sono presenti sequenze di alcuni brani e passaggi armonici provenienti da tracce con titoli diversi. Si potrebbe pensare ad un adattamento della musica nel montaggio, cosa riscontrabile nelle differenze di mixaggio ed Effettistica di alcuni titoli nella pellicola rispetto alla loro controparte discografica. 

Tuttavia, se si pensasse all’utilizzo di brani completi semplicemente tagliati, montati sulla pellicola e chiusi in dissolvenza, non sarebbe possibile spiegare alcuni finali e conclusioni naturali della frase musicale appositamente scritti e presenti in alcune musiche del film, ma non riscontrabili nella versione discografica.

Secondo la nostra ricostruzione basata anche sull’opinione del noto compositore cinematografico italiano Stelvio Cipriani, fu possibile che Nino Rota, a differenza del brano “Love Theme” conosciuto anche come “ Parla più piano” nella sua veste cantautorale italiana, compose i brani di commento appositamente sulla pellicola conferendone la durata necessaria, troppo breve tuttavia per rappresentare la completezza di una stesura musicale adatta alla discografia, e quindi successivamente li riunì creandone le tracce complete presenti nell’album. 

La colonna sonora non ottenne l’Oscar nonostante il suo grande successo sul pubblico, che a differenza della Paramount nella sua opinione iniziale, ne colse l’intensa emotività drammatica. 

Il motivo che fece saltare la premiazione fu la telefonata di un anonimo produttore italiano che fece una soffiata agli Academy Award rivelando che la composizione di Nino Rota non era un brano inedito, pur appartenendo allo stesso compositore. 

L’ Oscar arrivò comunque, ma solo in occasione della premiazione de “Il Padrino parte II”.

Ma il compositore, amareggiato dall’incidente accorso nella premiazione del primo capitolo della saga, scelse di non andare in America e si fece recapitare la statuetta per posta.

Il padrino è un’opera cinematografica di enorme spessore, consacrata come un classico dallo spessore del soggetto, dalla qualità interpretativa degli attori e dal Grande potere comunicativo della musica, tanto forte da rendere giustizia con il suo successo al genio di un compositore che diede onore all’Italia nel mondo e che rappresenta tutt’oggi fonte d’ ispirazione per alcuni tra i maggiori compositori del mondo.

Filippo Lui